L’alessitimia non significa assenza di emozioni. Significa piuttosto che l’emozione non viene riconosciuta e mentalizzata, poco nominata e spesso poco integrata nella coscienza. La persona può sentire agitazione, euforia o tranquillità, soddisfazione o vuoto interiore, tensione, stanchezza o amore, ma non riuscire a tradurli in un linguaggio emotivo preciso.
Da qui derivano molti fraintendimenti clinici e relazionali.
Profilo di personalità dell’alessitimico
Il profilo di personalità dell’alessitimico non è quello della persona fredda, ma quello di chi ha un accesso povero e rigido al proprio mondo interno. Taylor, Bagby e Parker, 1997 hanno definito l’alessitimia attraverso tre nuclei centrali: difficoltà a identificare i sentimenti, difficoltà a descriverli agli altri e pensiero orientato all’esterno. Quest’ultimo aspetto è cruciale: l’alessitimico tende a stare nel fatto, nel compito, nell’azione, nella realtà concreta, più che nella riflessione su ciò che prova.
Sul piano clinico, questo si traduce spesso in una personalità pragmatica, controllata, poco simbolica, poco incline all’introspezione. La persona può apparire efficiente, lucida e persino molto capace sul piano pratico, ma allo stesso tempo povera di contatto con il proprio vissuto emotivo. Gli studi di validazione della TAS-20 (il test più usato per la diagnosi della alessitimia)di Bagby, Parker e Taylor, 1994 e Bagby, Taylor e Parker, 1994 hanno reso questo costrutto misurabile, mostrando che si tratta di un tratto relativamente stabile e non di una semplice fluttuazione momentanea.
Un elemento importante è la tendenza all’esteriorizzazione. L’alessitimico parla spesso di ciò che accade fuori, non di ciò che accade dentro. Descrive eventi, sintomi, problemi, doveri, ma non riesce a raccontare con precisione il proprio vissuto emotivo. Questo non è un difetto morale, ma una configurazione psichica che sposta il focus dalla soggettività all’oggettività.
In molti casi l’azione sostituisce la riflessione: invece di sentire, si fa; invece di nominare, si agisce; invece di sostare nel vissuto, si controlla o si evita.
Sul piano della struttura di personalità, l’alessitimia si accompagna spesso a rigidità, scarso accesso alla fantasia, difficoltà di immaginazione emotiva e limitata capacità di differenziare gli stati interni. Non si tratta di stupidità affettiva, ma di una vera difficoltà di rappresentazione del mondo emotivo.
L'alessitimico prova emozioni, può essere anche affettuoso con i gesti, ma non sa parlarne e non perché non abbia la competenza lessicale, ma perché non è in grado di riconoscere e nominalizzare le emozioni.
Per questo la persona può risultare concreta, efficiente e apparentemente autonoma, ma allo stesso tempo poco flessibile nelle relazioni e poco capace di leggere le proprie emozioni e quindi quelle altrui. Infatti, l'empatia è la capacità che nasce dalla maturità emotiva, solo riconoscendo le proprie emozioni, le si può riconoscere negli altri.
Azione, esteriorizzazione e concretezza
La letteratura sull’alessitimia mostra chiaramente che il pensiero tende a essere concreto, lineare e poco immaginativo. Vorst e Bermond, 2001 hanno sottolineato la fragilità della rappresentazione interna degli stati affettivi, mentre Taylor, Bagby e Parker, 1997 hanno descritto il pensiero orientato all’esterno come uno dei tratti più distintivi del costrutto. Questo significa che la persona preferisce il reale, il visibile, il pratico, il misurabile, e fatica con ciò che è ambiguo, sfumato, emotivo o simbolico.
L’alessitimico spesso agisce il proprio stato interno. Può irrigidirsi, chiudersi, lavorare di più, distrarsi, controllare, fuggire, diventare iperfunzionale. Oppure puè essere affettuoso, amorevole, attento, protettivo, galante.
Il comportamento diventa il linguaggio delle emozioni.
In questo senso, l’alessitimia non è una mancanza di emozioni, ma una difficoltà a trasformare l’attivazione interna in consapevolezza e parola. Il risultato è un funzionamento che può sembrare efficiente ma che, nei fatti, è poco regolato.
Intelligenza emotiva
L’alessitimia e l’intelligenza emotiva sono inversamente correlate, perché rappresentano due modi opposti di stare in rapporto con le emozioni. Mayer, Salovey e Caruso, 2004 definiscono l’intelligenza emotiva come la capacità di percepire, comprendere, usare e regolare le emozioni in modo adattivo. L’alessitimia, al contrario, implica difficoltà proprio in questi passaggi.
Chi è alessitimico può avere ottime competenze cognitive, può avere anche empatia cognitiva, ovvero capacità di riconoscere in maniera logica ciò che vede, ma scarsa intelligenza emotiva: capisce i fatti, non sempre capisce il proprio vissuto emotivo, spesso lo altera.
Sa risolvere problemi, ma fatica a riconoscere i bisogni affettivi. Sa essere concreto, ma non sempre è capace di leggere il clima emotivo di una relazione. Questo spiega perché il lavoro sull’intelligenza emotiva non possa essere solo teorico. Deve diventare esperienza, esercizio, ripetizione, azione quotidiana.
Corpo, rigidità e profilo corporeo
Nella alessitimia la dimensione corporea è centrale. Già Sifneos, 1973 osservava nei pazienti psicosomatici che il disagio emotivo si esprimeva soprattutto attraverso il corpo. Lumley, Neely e Bascom, 2007 hanno poi mostrato l’associazione tra alessitimia, somatizzazione e stress. Murphy, Catmur e Bird, 2018 hanno rafforzato questo quadro con una meta-analisi che mostra una compromissione delle capacità interocettive, cioè della capacità di percepire e interpretare i segnali interni del corpo.
Questo significa che l’alessitimico può essere poco in contatto con se stesso e il suo corpo ( fame, sazietà, tensione, respiro, battito, stanchezza e piacere corporeo). Il corpo viene vissuto più come oggetto da controllare che come luogo di conoscenza e regolazione. Da qui derivano rigidità, scarso radicamento, scarsa spontaneità corporea e una certa distanza dalle sensazioni interne. Non si può affermare in modo deterministico che tutti abbiano un certo tipo di fisico, ma è plausibile e sostenuto dalla letteratura il fatto che il corpo venga vissuto in modo poco integrato.
Sul versante alimentare, la relazione è altrettanto chiara. Nowakowski, McFarlane e Cassin, 2013 hanno mostrato che l’alessitimia è frequente nei disturbi dell’alimentazione e si associa a difficoltà nel distinguere emozioni e segnali corporei. Cardi, Ambwani, Waugh e Santoro, 2011 hanno trovato che nei disturbi del comportamento alimentare l’alessitimia si lega a rigidità, scarso contatto interno e difficoltà di regolazione emotiva. Questo rende molto plausibile la lettura clinica secondo cui, quando il corpo non viene sentito come bussola interna, il controllo alimentare può diventare una strategia di regolazione sostitutiva.
Alessitimia e attaccamento
La correlazione con gli stili di attaccamento è uno dei punti più robusti della letteratura. Taylor, Bagby e Parker, 1997 hanno già collocato l’alessitimia dentro una storia relazionale in cui le emozioni non vengono riconosciute o rispecchiate adeguatamente. Montebarocci, Codispoti, Baldaro e Rossi, 2007 hanno mostrato che l’attaccamento insicuro si associa a maggiore alessitimia e a minore soddisfazione coniugale.
Studi successivi hanno confermato che l’alessitimia si lega a pattern relazionali disfunzionali e a un funzionamento sociale meno efficace. In generale, l’idea è questa: se il bambino cresce in un contesto dove le emozioni non sono accolte, nominate o regolate, può imparare a difendersi riducendo il contatto con il proprio sentire. Da adulto, questa difesa diventa stile: non chiede, non mostra, non espone, non sente fino in fondo, non ascolta, non accoglie. Ciò che fa a se stesso lo fa anche all'altro.
Gli stili insicuri, soprattutto evitante e fearful, risultano spesso associati a più alessitimia, perché promuovono distanza, controllo, chiusura o confusione emotiva. L’attaccamento sicuro, invece, favorisce la capacità di dare significato alle emozioni e di usarle come risorsa relazionale.
Terapia cognitivo-comportamentale
Per il trattamento dell’alessitimia, la terapia cognitivo-comportamentale è l’approccio più utile da considerare. Tsubaki e Shimizu, 2024 nella loro systematic review hanno osservato che la maggior parte degli interventi efficaci sull’alessitimia è di matrice cognitivo-comportamentale o comunque orientata al cambiamento di pensieri, comportamenti e regolazione emotiva. Ogrodniczuk, Piper e Joyce, 2011 avevano già evidenziato che l’alessitimia può interferire con il processo terapeutico, ma non lo blocca: il cambiamento è possibile se il lavoro è strutturato, concreto e progressivo.
Un approccio particolarmente adatto perché non chiede alla persona di “capire tutto” in astratto, ma la aiuta a ricostruire un pattern di sicurezza emotivo fallace e lentamente a generare consapevolezza e comunicazione delle emozioni, costruire nuove abitudini emotive è il miio metodo 365 PRO basato azioni quotidiane di intelligenza emotiva: il cervello apprende per ripetizione, non per slogan o comprensione, apprende con ciò che l'alessitimico sa fare meglio agire! ed è proprio quell'agire che diAventa abitudine, poi personalità, non più basata su pattern relazionali disfunzionali, ma sulla sicurezza emotiva e sul benessere psicofisiologico.
Gli obiettivi pratici sono molto chiari: aumentare il vocabolario emotivo, ridurre l’evitamento, migliorare la discriminazione tra corpo ed emozione, potenziare la regolazione e costruire sicurezza relazionale attraverso piccoli atti costanti. È proprio qui che un metodo fondato su azioni quotidiane trova il suo senso clinico: non come teoria da comprendere, ma come allenamento pratico da fare ogni giorno.
Conclusione
L’alessitimia è una difficoltà complessa, ma leggibile: riguarda il rapporto tra emozione, linguaggio, corpo e relazione. Non è mancanza di sentimenti, ma difficoltà ad accedervi, a riconoscerli e a usarli in modo adattivo. La letteratura mostra un legame solido con gli stili di attaccamento, con la scarsa consapevolezza corporea, con la somatizzazione, con i disturbi alimentari e con una minore intelligenza emotiva.
La buona notizia è che non è un destino fisso. Gli interventi psicologici, in particolare quelli comportamentali, possono aiutare a ricostruire consapevolezza, regolazione e sicurezza.
Il cambiamento, però, non avviene con il pensiero: avviene con azioni ripetute, esperienze concrete, tempo e benessere fisiologico.
Bibliografia
Bagby,
R. M., Parker, J. D. A., & Taylor, G. J. (1994). The
twenty-item Toronto Alexithymia Scale: I. Item selection and
cross-validation of the factor structure.
Bagby, R. M., Taylor, G. J., & Parker, J. D. A. (1994). The
twenty-item Toronto Alexithymia Scale: II. Convergent, discriminant,
and concurrent validity.
Cardi, V., Ambwani, S., Waugh, M. E., & Santoro, M. (2011).
Interpersonal problems and alexithymia in eating disorders.
Lumley, M. A., Neely, L. C., & Bascom, R. (2007). Alexithymia
and somatic symptoms.
Mayer, J. D., Salovey, P., & Caruso, D. R. (2004). Emotional
intelligence: theory, findings, and implications.
Montebarocci, O., Codispoti, M., Baldaro, B., & Rossi, N.
(2007). Adult attachment style and alexithymia in relation to marital
satisfaction.
Murphy, J., Catmur, C., & Bird, G. (2018). Alexithymia is
associated with a multidomain, multifaceted interoceptive impairment.
Nemiah, J. C., Freyberger, H., & Sifneos, P. E. (1976).
Alexithymia: A view of the psychosomatic process.
Nowakowski, M. E., McFarlane, T., & Cassin, S. (2013).
Alexithymia and eating disorders: a critical review of the literature.
Ogrodniczuk, J. S., Piper, W. E., & Joyce, A. S. (2011). Effect
of alexithymia on the process and outcome of psychotherapy.
Sifneos, P. E. (1973). The prevalence of alexithymic characteristics in
psychosomatic patients.
Taylor, G. J., Bagby, R. M., & Parker, J. D. A. (1997).
Disorders of Affect Regulation: Alexithymia in Medical and Psychiatric
Illness.
Tsubaki, J., & Shimizu, Y. (2024). Psychological Treatments for
Alexithymia: A Systematic Review.
Vorst, H. C. M., & Bermond, B. (2001). Validity and reliability
of the Bermond-Vorst Alexithymia Questionnaire.

Commenti
Posta un commento