"IO SONO FATTO COS!! "PIU' ME LO CHIEDI PIU' NON LO FACCIO": COSA SI NASCONDE DIETRO LA RIGIDITA' CARATTERIALE
Per chi vive accanto a una persona il cui carattere dovrebbe aver trovato una sua fluidità e una matura emotiva, trovarsi di fronte a questo irrigidimento è frustrante, alienante e, talvolta, profondamente doloroso, perché ciò che viene messo in discussione è il proprio diritto di esistere e di provare emozioni.
Ma c'è davvero dietro la rigidità caratteriale e dietro chi anziché accogliere la richiesta del partner, si chiude a riccio, diventando paradossalmente più rigido man mano che l’altro insisteo cerca di giustificare i suoi bisogni? Non si tratta solo di mancanza di empatia o di cattiveria o di una volontà deliberata di ferire, ma di un fenomeno psicologico preciso, studiato fin dal 1966 dallo psicologo Jack Brehm: la teoria della reattanza psicologica (Brehm, J.W., 1966).
- Perché “più me lo chiedi meno lo faccio”
Chi dice “Io sono fatto così” e insiste "più me lo chiedi più non lo faccio", facendo del male consapevole al/la partner, di solito non sta solo “manifestando il carattere”: sta difendendo un modo di regolarsi emotivamente, che lo/la esime dall’impegno a cambiare.
La frase “Io sono fatto così” non è una semplice constatazione: è una barriera di difesa dietro la quale si cela un sistema di inefficacia relazionale. Quando un partner risponde con questa formula, sta dichiarando la sua incapacità — o la sua mancanza di volontà — di accedere ad una flessibilità adattiva. La dinamica del “più me lo chiedi meno lo faccio” non è un capriccio, ma una reazione neuropsicologica complessa che affonda le radici in un equilibrio infranto tra autonomia, autoefficacia e impulsi biologici.
Perché “più me lo chiedi più non lo faccio”
Spesso non è (solo) “cattiveria”, ma "incapacità": un sistema di disregolazione emotiva, che coinvolge(autonomia, identità, giustificazioni, aspettative di efficacia e che rende costoso il cambiamento.1) “Io sono così” come autoassoluzione
Dire “non posso/ non voglio cambiare” può diventare una forma di auto-assoluzione/giustificazione: invece di affrontare costi e fatica del cambiamento, l’identità diventa una prova vivente (“ecco, vedi? sono così”). Qui entrano anche processi di tipo reattivo: se l’altro chiede cambiamento, la persona sente una pressione sull’autonomia e la risposta motivazionale può diventare “allora faccio ancora di più l’opposto”.2) Neutralizzazione del danno
In vari ambiti psicologici (anche se non solo in coppia) vediamo che le persone possono usare razionalizzazioni/neutralizzazioni per continuare un comportamento senza sentire pienamente il peso morale o pratico della conseguenza. Questo tipo di logica di “giustificazione” è studiata come moderatore di intenzioni comportamentali tramite modelli di intenzione e auto-regolazione morale.3) Pattern appresi di inefficacia (o passività)
In alcuni casi, dietro la frase “più me lo chiedi e più non lo faccio” c’è una storia di apprendimento: la persona può aver sviluppato l’aspettativa che il "fare" sia inutile o che provare a cambiare “non serva”. Il costrutto di impotenza appresa descrive proprio come, dopo esperienze in cui l’azione non cambia gli esiti, ci si attacca all’evitamento del cambiamento.4)
Reattanza psicologica e libertà
La scienza della
psicologia sociale ha analizzato a fondo questo fenomeno attraverso la
Teoria della Reattanza
Psicologica di Jack W. Brehm (1966; A Theory of
Psychological Reactance). Ogni volta che una richiesta viene percepita
come una pressione, il cervello attiva un sistema di allarme che
minaccia l'autonomia individuale e libertà decisionale. Immagina la reattanza psicologica come un sistema di allarme interno. Quando percepisci che la tua libertà di scelta è minacciata – e la richiesta insistente di un partner viene processata dal cervello non come un invito, ma come una pressione esterna – scatta una difesa automatica. Il cervello interpreta il “devi fare così” o “dovresti cambiare questo” come una violazione della propria autonomia. La risposta? Riaffermare il controllo. E come lo si fa nel modo più plateale? Facendo esattamente l’opposto di ciò che è stato chiesto.
Più insisti, più alimenti la reattanza.
È un circolo vizioso: la tua richiesta diventa la miccia che innesca la resistenza dell’altro.
La reazione non è logica, è biochimica: il soggetto, per riaffermare il controllo perduto, oppone resistenza.
Per chi lo fa, non si tratta solo di un capriccio: è un tentativo maldestro di dire a se stessi, prima ancora che a te, “io comando ancora qui”.
Questa rigidità è una corazza dietro la quale si cela una profonda insicurezza, una ferita che non trova altro modo di esprimersi se non attraverso il controllo negativo.
5) Insicurezza e inadeguatezza
Spesso, l’errore che commettiamo è pensare che si tratti solo di un desiderio di supremazia o di una difesa della libertà personale. La verità, molto più sotterranea e silenziosa, è che in molti casi quel “non lo faccio” è il grido di chi si sente profondamente inadeguato: il deficit di autoefficacia teorizzato da Albert Bandura (Self-efficacy: The exercise of control, 1997).L'individuo rigido spesso percepisce la richiesta del partner non come un invito, ma come una prova del suo fallimento. Se non possiede gli schemi comportamentali per soddisfare la richiesta, il soggetto si sente minacciato nella propria competenza, capacità, efficacia, personalità. Invece di ammettere l'inadeguatezza, si rifugia nella rigidità, cristallizzandosi in una maschera che gli impedisce di sbagliare ulteriormente.
Quando il partner avanza una richiesta – che sia un cambiamento di abitudini, una maggiore presenza emotiva o una nuova modalità relazionale, chi si sente "messo all'angolo" non percepisce solo una pressione esterna, ma un vero e proprio giudizio sulla propria capacità. È qui che scatta il cortocircuito: se non ho mai imparato a farlo, se non possiedo gli "attrezzi" mentali o le competenze emotive per soddisfare quella richiesta, sono inadeguato e rischio di essere tradito, abbandonato, rifiutato o essere trattato ingiustamente.
Non è solo una difesa della libertà, è una difesa della dignità. La reattanza psicologica spiega come il cervello interpreti la pressione come una violazione dell’autonomia, ma la letteratura scientifica più recente suggerisce che, in ambito relazionale, questa si intrecci con il senso di autoefficacia.
Se percepisco la richiesta dell’altro come un compito per cui non sono attrezzato, la mia risposta automatica diventa la negazione. Non è che non voglio farlo, è che ho paura di fallire miseramente nel tentativo. La rigidità diventa quindi un’armatura di protezione: "Se non ci provo nemmeno, non posso fallire".
Dire “io sono fatto così” diventa l’unica strategia di coping disponibile.
Dietro questa frase c’è il timore paralizzante di non essere all'altezza, di non avere le competenze relazionali necessarie per essere "quel partner ideale" che l'altro desidera.
È un meccanismo di sopravvivenza: mi chiudo, mi irrigidisco e nego il cambiamento per evitare di scontrarmi con la consapevolezza di non saper gestire la situazione. Invece di ammettere la propria fragilità – che richiederebbe un'intelligenza emotiva superiore – la persona preferisce passare per "stronza" o irremovibile.
Essere giudicati cinici è molto meno doloroso che sentirsi, nel profondo, incapaci e inadeguati.
Dietro la rigidità: le ferite dell’anima
Spesso, dietro questo “io sono fatto così” granitico, si annidano dinamiche profonde. Riprendendo le intuizioni di Lise Bourbeau nel suo testo "Le cinque ferite" (Bourbeau, L., 1987), possiamo intuire come questa rigidità sia spesso una maschera per difendersi da ferite antiche.La rigidità comportamentale è la maschera specifica di chi ha la ferita della ingiustizia (si possono sommare le ferite, anzi di solito è così),
La sua rigidità è una difesa ossessiva per nascondere la paura di essere imperfetto. Non cederà mai a una richiesta se percepisce che quella richiesta lo mette in discussione. Dire “io sono fatto così” diventa l’unica difesa e giustificazione per evitare di sentirsi “sbagliati” e conseguentemente rifiutati. È un meccanismo di sopravvivenza infantile proiettato nell’età adulta.
Ma la rigidità comportamentale può essere appannaggio anche di altre due ferite:
1.Chi soffre della ferita da abbandono è una persona altamente sensibile e dipendente dalle conferme esterne. Questo soggetto tende spesso a negare se stesso ed i suoi bisogni per assecondare quelli del partnet, ma quando si sente incapace di farlo, può viverlo come una minaccia diretta del suo valore. Teme che, se non è all'altezza, l'altro lo lascerà e crolla sotto la richiesta perché la sua identità è un castello di carte. La sua rigidità è il tentativo disperato di non "sbriciolarsi" e di difendersi dal rischio di restare solo.
2. Nella Ferita da Tradimento (Narcisismo), la problematica è di fondo: la totale assenza di empatia rende il soggetto incapace di comprendere il bisogno dell'altro. La sua non è una chiusura difensiva, ma indifferenza.
Voler rendere felice l'altro è naturale
Se la rigidità è una barriera, l'amore è un potente attivatore biochimico del cambiamento.Esiste una profonda "naturalità" nel voler rendere felice il partner: quando siamo innamorati,
il cervello attiva circuiti di ricompensa che rendono il benessere dell'altro non solo un nostro obiettivo, ma anche una fonte di benessere psicofisiologico.
Studi di psiconeuroendocrinologia, come quelli riportati in riviste di settore (es. Hormones and Behavior), suggeriscono che la soddisfazione relazionale e la percezione positiva del partner siano strettamente correlate a complessi equilibri ormonali.
Vedere il sorriso del partner è un segnale di successo sociale e relazionale che, in contesti di coppia stabili, aiuta a regolare i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, favorendo una risposta fisiologica di benessere (University of California, Davis, 2024).
In un legame sano, la felicità del partner diventa una "ricompensa" (reward) che rinforza il legame stesso, innescando una danza biochimica che va ben oltre la semplice volontà.
Risate/positività come rinforzo sociale
Vedere il sorriso negli altri e più nello specifico nel partner è un segnale che il sistema nervoso tratta come rilevante, perché indica un chiaro segnale di benessere, ma soprattutto sicurezza ovvero assenza di pericolo..La risata infatti attiva sistemi di benessere (endorfine), rilassamento (meno cortisolo) e ricompensa (dopamina) nel cervello.
Quando il partner riporta emozioni positive e soddisfazione, si osserva un livello di cortisolo più basso in entrambi i componenti della coppia (misurato tramite saliva). Questo prova che la funzione fisiologica della positività relazionale è reale: Emozioni positive del partner è uguale a meno stress e più sicurezza relazionale e questo a suo volta si può associare al rilascio di sostanze legate all’esperienza di legame (ossitocina e vasopressina).
Ecco perché il comportamento “volto a far star bene” diventi rinforzante.
Quello che non sai sulle Differenze uomo donna e rigidità
La visione politically correct ignora un dato fondamentale: la spinta maschile alla "prestazione" relazionale.
Per l’uomo, la capacità di rendere felice la propria donna è un pilastro della sua stabilità psiconeuroendocrina.
Studi citati in ambiti di endocrinologia comportamentale (es. Hormones and Behavior) indicano una correlazione tra il senso di successo sociale/relazionale e i livelli di testosterone.
Quando l'uomo raggiunge l'obiettivo di gratificare la donna, il suo sistema endocrino risponde con una stabilizzazione che alimenta la sua sensazione di efficacia, di valore e di testosterone.
Quando, al contrario, subisce una richiesta che vive come controllo o inettitudine o fallimento, il sistema si blocca.
La sfida della consapevolezza
Capire questo non significa giustificare il comportamento, né dall'altra partr invitare il partner a diventare un terapeuta o a inibire i propri bisogni. Significa, però, spostare il focus del conflitto: non state litigando perché lui o lei è cattivo, state litigando perché c’è un profondo senso di impotenza che non trova il coraggio di essere espresso.La sfida, per chi ha il coraggio di scardinare questo meccanismo, è passare dal "perché non lo fai?" al "cosa ti spaventa di questa richiesta?".
"Cosa ti spaventa di questa richiesta?": Obbliga il partner a guardare la sua paura reale e amarsi e accettarsi anche nella sua fragilità, invece di nascondersi dietro ul muro che spezza la comunicazione e la connessione.
La rigidità non è una condanna definitiva, ma una barriera che si sgretola solo quando la persona si sente abbastanza sicura da ammettere che, forse, non è "fatta così", ma è solo spaventata di non essere "abbastanza".
Non è una questione di "buon cuore", è una questione di consapevolezza e, talvolta, di rottura degli schemi.
La soluzione
La trasformazione avviene solo quando la maschera della rigidità diventa troppo pesante da portare e il costo del "non fare" diventa superiore al rischio del "provare a cambiare".Ma spesso la paura del cambiamento è troppo forte.
Allora, la via d'uscita richiede che il partner (specialmente se uomo) per ritrovare il suo ruolo di "agente di benessere" abbassi le difese.
La soluzione: smettere di chiedere “più” e cambiare il canale.
La soluzione non è “convincere” il muro (o il mulo).
È ridurre le condizioni che attivano rigidità.
1) La chiave: trasformare “io sono fatto così” in “posso imparare in piccolo”
Il passaggio decisivo è togliere alla frase “io sono fatto così” la sua funzione difensiva e questo può passare dalla riformulazione della frase stessa "io ho paura di... e posso imparare in piccolo...”.2) Da richiesta a patto specifico (meno pressione, più possibilità)
Non “devi farlo”, ma “possiamo provarci in una forma semplice e misurabile?”. Se l’altro percepisce che la richiesta diventa fattibile e non punitiva, l’auto-efficacia sale.3) Rendi la prova a basso rischio (sblocca l’impotenza)
Se la persona teme fallimento o umiliazione, concordate un micro-obiettivo da cui non può “uscire sconfitto”.4) Cambia il tipo di rinforzo
Invece di rinforzare il “tu non lo fai”, rinforza la micro-mossa (“grazie per aver provato”).Bibliografia
- Bandura, A. (1997). Self-efficacy: The exercise of control. W. H. Freeman. (Base scientifica per l'analisi dell'impotenza appresa e autoefficacia).
- Bourbeau, L. (1987). Le cinque ferite e come guarirle. Edizioni Amrita. (Analisi delle maschere caratteriali e della rigidità).
- Brehm, J. W. (1966). A Theory of Psychological Reactance. Academic Press. (Studio fondamentale sul meccanismo di difesa alla pressione esterna).
- Curran, T., & Hill, A. (2019). Perfectionism and rigid self-concept in relationships. Journal of Personality.
- Feldman, R. (2021). “Oxytocin, Parenting, and Partner Bonding.” Biological Psychiatry.
- Ischer, A.H., & Manstead, A.S.R. (2023). “Gender Differences in Emotional Regulation and Relationship Dynamics.” Emotion Review.
- Mazur, A., & Booth, A. (1998). Testosterone and dominance in men. Behavioral and Brain Sciences. (Sulla correlazione tra competenza, status e testosterone).
- Porges, S.W. (2020). Polyvagal Theory and the Neurobiology of Safety. Norton. Tackett, J.L., & Lahey, B.B. (2022). Personality development across adulthood: Flexibility, stability and relational functioning. Annual Review of Clinical Psychology.
- University of California, Davis (2024). Partner’s happiness linked to lower stress hormone levels in older couples. (Ricerca sulla correlazione fisiologica tra benessere relazionale e cortisolo).
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